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sabato 29 agosto 2015

Lisa Cremaschi Padri Chiesa - Clemente di Roma


Giungiamo a tanta pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri
La comunità cristiana nella Lettera ai corinti di Clemente di Roma

Secondo Ireneo, Clemente fu il terzo vescovo di Roma. Eusebio, e prima di lui Origene, lo identificano con il collaboratore al quale Paolo fa allusione nella Lettera ai Filippesi 4,3. Tertulliano afferma che fu consacrato vescovo da Pietro stesso, ma poi, per amor di pace lasciò il pontificato a Lino e lo riprese solo dopo la morte di Anacleto.
Origene ed Eusebio affermano che la lettera di Clemente e la lettera agli ebrei risalirebbero allo stesso autore. Non si può dire niente di certo su tale questione, ma vi è una parentela innegabile tra i due scritti. Clemente fu da alcuni autori identificato con il console Flavio Clemente, decapitato tra il 95 e il 96. Secondo una passio romana della fine del v secolo, fu mandato in esilio in Chersoneso, ma quando si seppe che anche là continuava a convertire e a fare discepoli, l’imperatore Traiano ordinò che fosse gettato in mare con un’ancora legata al collo. Cirillo, apostolo degli slavi, nel ix secolo portò a Roma le reliquie del santo martire e le depose nella basilica costruita in suo onore sul Celio, sulle cui rovine fu costruita la chiesa medievale che esiste ancora oggi.
L’autorità di Clemente è tale che diversi scritti furono posti sotto il suo nome, ma l’unico sicuramente autentico è la Lettera ai corinti. Lo scritto è occasionato da un avvenimento molto grave, di cui era giunta notizia a Roma. Clemente afferma che si tratta di cose inaudite e sconvenienti per la comunità; per colpa di poche persone insolenti e temerarie, la buona fama dell’illustre chiesa di Corinto viene screditata. Al c. 3,3 scrive: “Sono insorti uomini senza onore contro uomini onorati, gente oscura contro persone stimate, insensati contro saggi, giovani contro vecchi”. Purtroppo questa espressione è costituita da una reminiscenza biblica (cf. Is 3,5), utilizzata anche nel libro apocrifo dei Giubilei (23,19) per descrivere il massimo del disordine, ma non ci permette di capire quanto accadde effettivamente. La lettera parla di “contesa per la dignità dell’episcopato” (44,1); afferma che la divisione creatasi in seno alla comunità al tempo di Paolo (1Cor 1,10-12) era meno grave di quella insorta ora. Se non altro, dice, “parteggiavate per apostoli che avevano ricevuto testimonianza e per un uomo stimato da loro”; ora, invece, la chiesa di Corinto si è ribellata ai presbiteri a causa di una o due persone (47). C’è stata una ribellione contro le guide della comunità, guide che erano state stabilite dagli apostoli o da altre persone autorevoli con il consenso della comunità stessa. Queste guide “avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e dolcezza e hanno ricevuto testimonianza da tutti” (44).
Come avviene nel Nuovo Testamento così anche in Clemente troviamo diversi termini per designare i ministeri all’interno della comunità; i più ricorrenti sono quelli di vescovo e presbitero che indicano la stessa realtà. A questi presbiteri è attribuita la funzione del servizio, della sorveglianza e l’offerta dei doni; essi sono nominati dall’alto e l’istituzione viene fatta risalire direttamente a Cristo. La comunità, tuttavia, è chiamata a dare il proprio assenso. La Didachè sembrava affidare la scelta dei vescovi e dei diaconi alla comunità; essa mette l’accento sul ruolo della comunità perché vuole che questa impari a darsi una disciplina. Clemente invece mette l’accento maggiormente sul ruolo degli apostoli perché si rivolge a una comunità che ha deposto i suoi presbiteri. A Corinto c’è stata una sedizione, i presbiteri sono stati deposti. Clemente invita a deporre “ogni baldanza, boria, stoltezza ed ira” (13,1), a non lacerare le membra del corpo di Cristo. “Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro corpo giungendo a tanta pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri? ... Il vostro scisma ha sconvolto molti e molti gettato nello scoraggiamento, molti nel dubbio, tutti noi nel dolore. Il vostro dissidio è continuo” (46,7-8). Nei cc. 1 e 2 Clemente aveva delineato un quadro della comunità prima di questi eventi, ma ora la ribellione ha generato gelosia e invidia; la pace della comunità è stata distrutta, vi regna il disordine, non ci si comporta più secondo la legge dell’amore, ma secondo le passioni del proprio cuore. É la stessa contestazione nata nella comunità dei dodici e testimoniata di vangeli. Nonostante l’insegnamento di Gesù sulla consegna del Figlio dell’uomo, i discepoli discutevano lungo la via su chi tra loro fosse il più grande (Mc 9,34). Luca chiama questa discussione philoneikía (= contestazione) e mostra l’incomprensione dei discepoli. Anche nella comunità dei dodici, come nella chiesa primitiva, come in ogni comunità c’erano rivalità, concorrenze, gelosie, volontà di spadroneggiare sul gregge come mercenari e non come buoni pastori. (Cf. Mt 18,1-4 Mc 10,41-45).
Nella comunità di Corinto è entrato il demone della gelosia, dell’invidia, della volontà di potere e Clemente richiama la legge dell’obbedienza e della sottomissione. Tutto è ricondotto a due spiriti che muovono il cuore dell’uomo: l’amore che dona la vita e l’invidia (zêlos), che opera la morte; l’amore che ci è stato donato dallo Spirito santo e l’invidia, che è entrata nel cuore dell’uomo a causa del Maligno, omicida fin dall’inizio. Tutta la storia dell’umanità è una lotta tra questi due spiriti; è l’invidia che muove il serpente e gli fa istigare Adamo al peccato, è l’invidia che provoca l’omicidio di Abele, è per invidia che Giacobbe dovette fuggire dal fratello; l’invidia fece perseguitare Giuseppe dai suoi fratelli, l’invidia fece rifiutare Mosè da parte della sua gente e causò la ribellione di Aronne e Maria, quella di Datan e Abiran e, ancora, per invidia Davide fu perseguitato da Saul. Poi Clemente passa agli esempi più recenti: per invidia furono martirizzati Pietro e Paolo, per invidia furono perseguitati uomini e donne che patirono per la loro fede nel Signore. Ma i cristiani di Corinto sono ancora “carissimi” (7,1), possono abbandonare l’orgoglio e pentirsi, possono ritornare sulla via della vita, dell’amore che non è invidioso, non opera divisioni, unisce a Dio e unisce al prossimo. Mosè il servo di Dio e servo degli uomini, Mosè che per amore del suo popolo lotta con Dio, sta costantemente in mezzo tra Dio e il suo popolo. Mosé è per Clemente il modello perfetto dell’amore (53), e in nome dell’amore Clemente invita chi è coinvolto nella sedizione a tirarsi indietro, ad andare in esilio volontario purché si ristabilisca la pace, ad accettare la correzione perché è anch’essa dettata dall’amore.
La lettera di Clemente è stata definita “l’epifania del primato romano” (P. Batifol, La chiesa nascente e il cattolicesimo, Firenze 1911, p. 153). Alcuni studiosi parlano di proto cattolicesimo. La chiesa di Dio che dimora a Roma scrive alla chiesa di Dio che dimora a Corinto affrontando problemi interni a quest’ultima comunità. Si tratta di un puro intervento fraterno, dato che nessuna chiesa si può disinteressare di una chiesa sorella, o è il segno per la chiesa di Roma di una responsabilità particolare nei confronti delle altre chiese? Questo è l’interrogativo posto da questo scritto e al quale è difficile dare una risposta.
Vi è sicuramente un rapporto fraterno tra le due chiese. Se i romani indirizzano ai corinti tanti incoraggiamenti al pentimento, tanti avvertimenti contro le gelosie e le rivalità, non si sentono per questo privi di peccato. Anch’essi hanno bisogno di rimettersi dinanzi agli occhi gli esempi del passato. “Carissimi, scriviamo tutte queste cose non solo per avvertire voi, ma anche per ricordarle a noi. Siamo sulla stessa arena e uno stesso combattimento ci attende” (7,1). Il “noi” domina la lettera (7,3-5; 9,1). “La correzione che ci facciamo a vicenda è buona e assai vantaggiosa; ci unisce alla volontà di Dio” (56,2). É un’esortazione a cercare insieme la volontà di Dio e per questo Clemente ricorre alle grandi figure bibliche per attestare ciò che è buono e gradito a Dio. La rivolta a Corinto è contraria alla volontà di Dio, per questo invita: “cedano non a noi, ma alla volontà di Dio” (56,1). La sottomissione dei corinzi non è questione di prestigio né di trionfo personale. Però la lettera non va letta soltanto come una sequenza di consigli; più volte l’esortazione lascia posto al comando. Ad es. al c. 57,1-2: “Voi che siete la causa della sedizione sottomettetevi ai presbiteri e correggetevi con il ravvedimento, piegando le ginocchia del vostro cuore. Imparate ad assoggettarvi deponendo la superbia e l’arroganza orgogliosa della vostra lingua”. Colpisce che l’autore della lettera si affermi come l’interprete autorizzato della volontà di Dio. “Quelli che disobbediscono alle parole di Dio, ripetute per mezzo nostro, sappiano che incorrono in una colpa e in un pericolo non lievi. Noi saremo innocenti di questo peccato e chiederemo, con preghiera assidua e supplica, che il creatore dell’universo conservi intatto il numero dei suoi eletti che si conta in tutto il mondo per mezzo dell’amatissimo suo figlio Gesù Cristo Signore nostro” (59,1-2). Ciò che è stato scritto nella lettera “l’abbiamo scritto mediante lo Spirito santo” (63,2). “Noi vi inviamo degli uomini che saranno testimoni tra voi e noi” (63,3).
Non abbiamo testimonianza relative a un episcopato monarchico nella chiesa di Roma a quest’epoca e non sappiamo se l’autore è un singolo o se parla a nome della chiesa intera. Al c. 39 sta scritto: “Gli sciocchi, gli insensati, i pazzi, i maleducati si prendono gioco di noi e ci scherniscono, volendo esaltarsi con i propri sentimenti”. A chi si riferisce questo passo? A Clemente? alla chiesa di Roma? Che cosa è successo? c’è stata una contestazione dell’intervento romano?
Vediamo l’opinione di Klaus Schatz, in La primauté du Pape, Paris 1992. Fa notare innanzitutto che il titolo della lettera è una costruzione letteraria posteriore, ma che il nome di Clemente non figura nello scritto. Non è possibile affermare che nel 95 Roma avesse un unico vescovo, probabilmente era governata da un gruppo di presbiteri tra i quali emergeva un presidente come primus inter pares, al quale a partire dalla metà del ii secolo si darà il nome di vescovo. La lettera ha un tono autoritativo, ma “concludere che vi fosse un’autorità formale della chiesa di Roma e una superiorità di questa sulle altre chiese, come si è fatto troppo rapidamente in passato, sarebbe certamente sconsiderato. Anzitutto, e anche se fa appello all’autorità di Dio e all’assistenza dello Spirito santo, questa esortazione si iscrive in un quadro di insieme, quello della solidarietà fraterna tra chiese cristiane, e questo in particolare, quando si tratta, come qui, di una chiesa sorella che è in pericolo e che devia dal retto cammino ... E anche se la Lettera di Clemente si iscrive dal punto di vista formale nel quadro di un’ammonizione fraterna, ci si può domandare se ogni comunità avrebbe potuto tenere questo tipo di linguaggio, in particolare nei confronti della comunità di Corinto che, dopo tutto, è importante e può vantare origini apostoliche” (p. 21).

Per il testo della Lettera ai corinti di Clemente di Roma, rinviamo a I padri apostolici, a cura di A. Quacquarelli, Città Nuova, Roma 1978.

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