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sabato 18 luglio 2015

Lisa Cremaschi Padri Chiesa - A Diogneto


Non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti
I cristiani secondo l’A Diogneto

Molte ipotesi sono state fatte sull’ambiente d’origine e l’epoca in cui questo testo è stato scritto; probabilmente proviene dalla chiesa di Roma e va datato negli anni precedenti al 240-250.
L’autore si rivolge a un pagano desideroso di conoscere il cristianesimo: “Vedo che sei animato da un vivissimo desiderio di conoscere la religione dei cristiani e che con estrema chiarezza e diligenza ti informi a loro riguardo” (c. 1,1).
Come rapportarci con l’altro che ci interroga? L’AD coglie questa situazione come un kairós voluto da Dio stesso, perché l’interlocutore possa essere portato a conoscenza del messaggio cristiano. Gli evangeli ci raccontano che di fronte a Gesù sorgono delle domande; sono domande che possono essere preliminari, propedeutiche alla fede o che possono sfociare nello scandalo, nel rifiuto. Anche la vita del cristiano, del discepolo del Signore dovrebbe destare domande. Il cristiano vive in modo “altro” rispetto al mondo, è un diverso; il suo agire o meglio l’agire di Cristo dentro di lui dovrebbero portare gli altri a chiedersi quale sia il motivo del suo comportamento, a chiedersi “da dove” gli giunge quel modo di vivere. Nell’Ad Autolico 1,2 Teofilo di Antiochia scrive: “Ma se tu mi dicessi: `Mostrami il tuo Dio’, io ti direi: `Mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il mio Dio’”. Nei suoi dodici capitoli l’A Diogneto descrive “l’uomo” - cristiano per mostrare così il Dio dei cristiani.
Buona parte della fama di questo testo è dovuta ai capitoli centrali, il 5 e il 6, che tratteggiano con una serie di efficaci contrapposizioni il paradosso della vita dei cristiani nel mondo. Sono questi capitoli che hanno fatto sì che questo “frammento” dell’esperienza del primo cristianesimo pervenutoci in maniera così fortunosa sia diventato un testo fondamentale, un testo di riferimento per la vita ecclesiale dopo il concilio. Del resto il concilio stesso lo cita tre volte questo (Lumen Gentium 38; Dei Verbum 4; Ad gentes 15).
I cristiani dei primi secoli ebbero presto coscienza di essere testimoni della novità di Cristo; l’ironia e l’odio dei pagani li richiamava alla loro vocazione di presenza non-conformista in questo mondo. La vita li obbligava a chiedersi di continuo qual era il loro posto in un mondo che li assimilava così a fatica. La religione del cristiano è definita superstitio, qualcosa di non tradizionale, di estraneo, e dunque sospetto. Era stato chiesto qual è il culto che i cristiani rendono a Dio. Per il pagano la religione è un insieme di riti, di pratiche di culto; qui la risposta è data su un altro piano. Non viene descritto il culto, non vengono spiegati i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia. Sarebbe stato possibile, ma l’annuncio dell’evangelo non parte da qui. Mi pare che a questi capitoli sia sotteso il testo di Paolo nella lettera ai romani: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,1-2). Il culto del cristiano è la stessa vita del cristiano, è l’intera vita del cristiano. Non c’è uno spazio sacro, uno spazio religioso, una serie di atti di culto, ma una vita che è segnata dall’irruzione di un mondo nuovo. Tutto quello che l’A Diogneto dice sul comportamento del cristiano, sui suoi rapporti con il mondo più che un valore etico, ha un valore profetico: annuncia che il regno e la vita del regno sono già all’opera in questo mondo.
“I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abito” (c. 5,1). Sono i tre caratteri che definiscono un popolo. In alcuni testi apologetici si parla dei cristiani come di “terza razza” dopo quella degli ebrei e dei pagani. Poteva risultare un motivo apologetico efficace; se si riconosce ai cristiani il carattere di popolo, essi possono rivendicare il diritto di vivere come ogni altro popolo conformemente alle loro leggi. Tutto questo era previsto dalla legislazione romana. L’A Diogneto si rifiuta di percorrere questa via. I cristiani non sono la terza razza, non sono una razza. I cristiani non hanno una loro terra. Gli ebrei hanno una loro terra e una città santa, i cristiani no. Viene subito eliminato qualsiasi sogno di nazionalismo cristiano. Non hanno una lingua propria. non c’è una lingua sacra; non hanno abiti propri. A questi aspetti esteriori ci si attacca quando l’identità interiore è debole.
I cristiani vengono definiti pároikoi (c. 5,4-5); il termine indica chi non vive nello stesso luogo di un altro, non condivide la stessa città, la stessa casa, ma abita accanto, nelle immediate vicinanze. Da questo significato primario deriva per estensione quello di “estraneo”, “straniero”, “senza fissa dimora” e dunque di uno che non gode di diritti politici. Il pároikos vive una condizione di precarietà, di incertezza perché la sua vita non è difesa e protetta da nessuna garanzia.
Abramo e ogni credente dietro a lui è pellegrino sulla terra perché per la fede è divenuto cittadino del cielo. I cristiani vivono nella diaspora per definizione (cf. At 1,8), non sono del mondo (Gv 17,16), “la loro cittadinanza è nei cieli” (Fil 3,20). Il cristiano è dunque pároikos (1Pt 2,11), è straniero e viandante (parepídemos) (cf. Eb 11,13).
L’essere pellegrino non si traduce in un’instabilità, nel vagare senza meta, ma nel percorrere ogni via del mondo come quella che deve condurlo al Padre suo che è nei cieli, come via crucis e via lucis, perché il crocifisso è risorto e noi lo seguiamo passo a passo portando ogni giorno la nostra croce sulle spalle, ma da questa croce sprigionano le energie della resurrezione. Dunque in nome del suo Dio e grazie al suo essere cristiano, il discepolo del Signore si farà pellegrino e straniero nel cuore anche se non dovesse mai allontanarsi dal luogo in cui è nato. Questa dimensione non riguarda solo il singolo cristiano, ma la chiesa intera, la parrocchia, la chiesa di Dio chiamata a rinunciare a tutti i diritti di cittadinanza e di stabilità che il mondo le propone, ai privilegi, alle tutele, alle seduzioni del potere di questo mondo.
“Obbediscono alle leggi, ma con il loro modo di vivere superano le leggi” (c. 5,10). Gli apologeti insistono sulla lealtà dei cristiani nei confronti dello stato in conformità a quanto chiede Paolo (Rm 13,1ss; Tt 3,1). C’è un’obbedienza alle leggi umane, ma per il cristiano quest’obbedienza viene giudicata di volta in volta dall’obbedienza a Dio. “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29). Si può dare a Cesare quello che gli spetta, le tasse, il tributo, l’obbedienza alle leggi, solo se Cesare non rivendica quello che invece spetta a Dio.
“Amano tutti e da tutti sono perseguitati” (c. 5,11). Nel primo capitolo, riportando le domande dell’interlocutore, l’autore dell’A Diogneto aveva detto: “Ti chiedi qual genere di amore hanno gli uni per gli altri”. Il termine impiegato è philostorghía, che nel linguaggio classico profano, indica l’affetto dei genitori per i figli o viceversa, o l’affetto tra fratelli. Al c. 5,11 appare per la prima volta nello scritto il verbo agapáo. Non si tratta più di un amore tra cristiani, ma un amore universale, assoluto, amano tutti. É quell’amore che ha il suo fondamento in Dio e che dunque non può avere limitazioni (1Gv 4,8.16), che si estende anche al nemico (Mt 5,43-46). Tutti: comprende il nemico, il persecutore, quello che mi tratta male e non mi capisce, che mi aggredisce e vuole la guerra a tutti i costi, chi mi è indifferente o antipatico. Un amore non sentimentale, emozionale, ma dono della grazia. L’altro è accolto senza selezioni, senza distinzioni. “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: dall’amore che avrete gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
I persecutori vengono rimproverati di perseguitare i cristiani senza conoscerli (5,12-17). É giusto cercare di essere conosciuti, senza falsa vergogna. É doveroso rendere conto della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15), non nascondere la lampada sotto il moggio. Il cristiano è oggetto di disprezzo, come lo è stato il suo Signore, ma anche il disprezzo lo vive in comunione con Gesù Cristo che è stato glorificato dal Padre. I discepoli del Signore sono “benedetti con ogni sorta di benedizioni spirituali” (Ef 1,3) e sono chiamati a benedire, sempre! Tutta la storia di Israele è la storia della benedizione promessa ad Abramo e data al mondo in Gesù, frutto benedetto del seno di Maria. Noi abbiamo ereditato la benedizione e per vocazione dobbiamo diffonderla attorno a noi.
Il rapporto tra cristiani e mondo non è a senso unico; non solo il mondo è utile ai cristiani, ma anche i cristiani sono utili al mondo, hanno un ruolo positivo da svolgere nel mondo. L’autore utilizza l’immagine dell’anima del mondo che va compresa nell’ambito della filosofia del tempo, quella platonico-stoica in particolare. Come va intesa? L’A Diogneto non fa altro che trasporre in un linguaggio comprensibile per i suoi interlocutori le parole del discorso della montagna: “Voi siete il sale della terra. ... Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13-16). Il sale è simbolo di comunione, di fedeltà nell’amicizia. Essere sale della terra significa svolgere un’opera di comunione e di pace. Il cristiano è anche luce; nella tradizione ebraica luce sono i santi, è Israele, è la Parola di Dio, è il Tempio, è Gerusalemme! Il cristiano è aperto alla luce, a Cristo luce del mondo (Gv 8,12; 9,5) e diventa anche lui luce del mondo in quanto è teoforo, portatore di Dio. Siamo chiamati a diventare figli della luce (cf. Gv 12,36; Ef 5,8; 1Ts 5,5), a rivestirci delle armi della luce (cf. Rm 13,12). Questa presenza luminosa deve risplendere verso gli uomini! Gesù nel fare questo discorso si rivolge a uomini che sono pienamente terra e mondo ed è proprio la fedeltà alla terra e al mondo, alla propria creaturalità la misura che preserva dal cadere nell’arroganza e nella menzogna religiosa. Prima di essere sale il discepolo è terra e prima di essere luce è mondo. Se dimentichiamo questo, rischiamo di intessere discorsi sul rapporto chiesa-mondo che sono soltanto ipocriti. Può essere molto ambiguo affermare che siamo sale e luce, ignorando il contesto in cui queste parole sono state dette. Non dimentichiamo che immediatamente prima il Signore proclama le beatitudini e che queste parole sono rivolte a poveri, afflitti, a miti, a perseguitati a causa della giustizia, ecc. Queste osservazioni valgono anche per il c. 6 dell’A Diogneto. Può essere molto orgoglioso e arrogante definire i cristiani anima del mondo, non lo è, se si legge questa similitudine in stretto legame con la situazione del discepolo descritta al c. 5. La Lumen gentium, citando questo passo al c. 38, muta l’indicativo “sono” in congiuntivo esortativo “siano”: “i cristiani siano nel mondo ciò che è l’anima nel corpo”.
Quale immagine di chiesa ci presenta in sostanza l’A Diogneto? Una chiesa pellegrina, amica degli uomini ma lontana da una logica mondana, non arrogante nei confronti degli uomini, delle leggi della società civile, una chiesa cosciente del proprio specifico, che trova la propria gloria nella croce.

Per il testo dell’A Diogneto rinviamo a: Padri apostolici, Agli inizi della chiesa. Didachè, A Diogneto, a cura di S. Chialà, L. Cremaschi, Qiqajon, Bose 1999 (Testi dei padri della chiesa 40).

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