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martedì 19 luglio 2016

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Pacomio


La piccola luce dell’evangelo
La vita cristiana secondo Pacomio

Nell’anno 346 le comunità fondate da Pacomio in Tebaide, nel sud dell’Egitto, avevano raggiunto il numero di venti. Ma nella difficile situazione della chiesa, attraversata dalla controversia ariana, il fervore dei monaci pacomiani si era intiepidito e le comunità erano lacerate dal desiderio del potere, dall’avidità del possesso, da tensioni e controversie interne.
In questo clima ecclesiale e comunitario, Pacomio, poco prima di morire, fa un sogno. Vede la Gheenna, una caverna oscura e tenebrosa, piena di gente che cerca un raggio di luce che indichi la via d’uscita. In mezzo alla grande confusione si sente una voce gridare: “Ecco qui la luce, dalla nostra parte”. Subito la gente si mette a correre in direzione di quella voce, ma non appena ode dietro di sé un’altra voce: “Ecco la luce, è qui”; subito torna indietro seguendo l’ultima voce udita. Nella visione Pacomio vide alcuni che, nell’oscurità, giravano intorno a una colonna, credendo di andare avanti e di avvicinarsi alla luce, e non si accorgevano di girare a vuoto. Guardò ancora e vide nella Gheenna tutta la sua comunità: i fratelli avanzavano in colonna, tenendosi stretti l’uno all’altro per paura di perdersi a causa della profonda oscurità. Quelli che stavano davanti avevano, per rischiararsi, la piccola luce di una lampada. Pacomio osservava il loro modo di procedere; chi smetteva di stare attaccato a colui che lo precedeva, si perdeva nell’oscurità, insieme con quelli che lo seguivano. Allora l’uomo di Dio Pacomio, nella sua visione, li chiamava ciascuno per nome, prima che lasciassero la presa, dicendo: “Tienti attaccato a chi ti precede, per non perderti” (Vita boairica 103). Il giorno successivo Pacomio raduna i fratelli, racconta loro il sogno che ha fatto e lo commenta.
L’immagine della Gehenna rinvia al mondo governato da poteri iniqui che impongono le proprie ideologie, alla chiesa del IV secolo, compromessa con il potere e lacerata in tante fazioni. ciascuna delle quali crede di conoscere, essa sola, la via della salvezza. Le colonne sono i capi delle diverse eresie, che non fanno altro che girare in tondo, su se stessi, mentre i fratelli che indicano la via sono quelli che amano il Signore e camminano nella retta fede. Che fare quando l’orizzonte è confuso, quando tante voci si levano pretendendo di possedere la verità? Pacomio spiega che “la piccola luce che guida i fratelli è l’evangelo, ... la luce è piccola, perché nel santo vangelo, a proposito del regno dei cieli, sta scritto: È simile a un granello di senape, che è piccolo (Mt 13,31-32)”. In un tempo di confusione nel mondo e nella chiesa, occorre guardare alla piccola luce dell’evangelo. È piccola, non rischiara tutto, non dà la spiegazione di tutto, ma illumina uno stretto cammino, la via stretta che conduce alla luce del Regno. E dietro a questa luce bisogna restare attaccati gli uni agli altri. Pacomio non ha fatto altro che indicare ai fratelli quella piccola luce che ha cambiato la sua vita e ha guidato il suo cammino.
Pacomio era pagano; conobbe il cristianesimo mentre prestava servizio militare nell’esercito imperiale, probabilmente nel 312. A Tebe, mentre è rinchiuso in una prigione con i suoi compagni, alcuni cristiani della città portano da mangiare, da bere e altri aiuti ai soldati feriti e imprigionati. Il giovane chiede il motivo di questo amore gratuito e gli viene spiegato che quelle persone sono “uomini che portano il nome di Cristo, l’unigenito figlio di Dio, e fanno del bene a tutti, poiché sperano in Colui che ha fatto il cielo, la terra e noi uomini’ (Vita greca prima 4). Colpito da quel gesto d’amore disinteressato, Pacomio promette che se sarà liberato, diverrà anche lui cristiano e servirà gli uomini, suoi fratelli. Occorre notare che a occuparsi dei giovani soldati non è un singolo, ma un gruppo di persone, una comunità di cristiani, di fratelli nella fede. È interessante leggere in parallelo la vocazione di Antonio e quella di Pacomio. Antonio riconosce la chiamata di Dio all’interno di una chiesa di pietre, in un ascolto solitario della Scrittura; Pacomio conosce la chiesa di Dio costituita da pietre viventi. La conoscenza di Cristo non avviene attraverso una catechesi, ma attraverso l’esercizio pratico della carità, dei cristiani che si curvano su alcuni uomini feriti e bisognosi. Congedato dall’esercito, Pacomio riceve la catechesi ed è battezzato la notte di Pasqua del 313. Dopo qualche anno chiede a un padre del deserto di accoglierlo come suo discepolo. L’anziano monaco lo accoglie con queste parole: “Sarò pronto nei limiti della mia debolezza a soffrire con te, finché tu non conosca te stesso”. Il padre è un monaco già esperto nella vita spirituale che sta accanto al discepolo, che soffre insieme a lui nel cammino della conoscenza di sé, nella ricerca dell’immagine di Dio nel proprio profondo, nell’accettazione dei propri limiti e dei propri doni. Ma dopo alcuni anni di vita solitaria, al termine di un periodo di smarrimento e di crisi una voce dal cielo raggiunge Pacomio e gli dice: “La volontà di Dio è che tu serva gli uomini per chiamarli a Lui!” (Vita saidica terza 2). Egli allora ricorda quello che era accaduto quand’era in prigione a Tebe, capisce che Dio lo chiama a vivere la vita monastica in una forma comunitaria, nel servizio fraterno e ritrova la pace. Attraverso un cammino non sempre facile viene fondata una comunità a Tabennesi, e poi via via, le altre comunità, tra le quali una femminile. Pacomio scrive una regola che traduca nella concretezza della vita i principi evangelici.. Era nata la vita monastica nella sua forma comunitaria.

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