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domenica 24 maggio 2015

Lisa Cremaschi I Padri della Chiesa - La Didachè


Ogni profeta che non fa quello che insegna, è un falso profeta
La Didachè

La Didaché conobbe un’enorme diffusione nella chiesa antica. Clemente di Alessandria e Origene la citano come sacra Scrittura e altri padri, tra i quali Atanasio, ne raccomandano la lettura. Nel IV secolo Eusebio di Cesarea dichiarò che essa non rientrava tra i libri canonici (Storia ecclesiastica 3,25,4). A partire dalla fine del III secolo i primi quattro capitoli della Didachè furono inseriti in alcuni scritti liturgici e disciplinari, ma il testo integrale scomparve, probabilmente a motivo della sua esclusione dal canone scritturistico. Fu ritrovato a Costantinopoli nel 1873 in un manoscritto dell’XI sec., attualmente conservato nella biblioteca patriarcale di Gerusalemme. Il manoscritto, pubblicato dieci anni più tardi, destò un vivissimo interesse tra gli studiosi e conobbe una straordinaria diffusione.
Le date proposte per la redazione finale di questo scritto, una compilazione anonima di documenti diversi di carattere catechetico, liturgico e disciplinare ricoprono un arco di tempo che va dagli anni 50 - 70 d.C. alla fine del II sec. Assai discussa è anche l’area di provenienza (Egitto o Siria) e la composizione di questo testo, risultato, secondo alcuni studiosi, di rielaborazioni successive.
I cc. 1-6,3, che riproducono probabilmente un trattato giudaico o giudeo-cristiano, presentano il tema delle due vie, la via della vita e la via della morte, già attestato nell’Antico Testamento (cf. ad es., Dt 30,15-20). La via della vita è la via dell’amore, la si percorre benedicendo chi ci fa del male, allargando le mani per donare, manifestando gratitudine a chi spezza il pane della Parola di Dio, mettendo pace tra chi è in contesa. “Le vie sono due: una della vita e una della morte, e grande è la differenza tra le due vie. Dunque, la via della vita è questa: innanzitutto amerai il Dio che ti ha plasmato e poi il tuo prossimo, come te stesso (cf. Lv 19,18; Mt 22,39); e tutto ciò che non vorresti fosse fatto a te, neppure tu fallo a un altro”. (1,1-2)
I capitoli 7-10 radunano tradizioni liturgiche relative al battesimo, al digiuno, alla preghiera e all’eucaristia; la sezione successiva (cc. 11-15) offre criteri per di discernimento dei veri profeti. Per la Didachè il profeta è uno che insegna, che presiede l’eucaristia e ha cura dei poveri; si deve riconoscere il suo ministero, perché disprezzare la profezia significa disprezzare la vita stessa dello Spirito. Da che cosa si riconosce il vero profeta? Osservando se egli “ha i comportamenti del Signore” (c. 11,8), se “fa quello che insegna” (c. 11,10); la sequela del Signore, nell’imitazione del suo amore, la coerenza tra parola e vita consentono di discernere il profeta secondo l’evangelo. Nel capitolo successivo si legifera a proposito degli apostoli itineranti che intendono stabilirsi in comunità; i primi giorni siano accolti come ospiti e serviti in tutto, ma dopo il terzo giorno, se vorranno rimanere, dovranno lavorare “perché non si trovi presso di voi un cristiano (christianós) ozioso”; se non vuole lavorare “è un mercante di Cristo (christémporos)” (c. 12,4-5). Chi nascondendosi dietro il nome di Cristo rifiuta l’umana fatica del lavoro – lavoro su di sé, lavoro per mantenersi, lavoro per servire gli altri – non è altro che un mercante, un trafficante di Cristo! Nessuna faciloneria: la Didachè chiede ai cristiani di agire con grande discernimento senza lasciarsi abbagliare dal culto della personalità e senza lasciarsi trascinare da azioni istintive. E se al c. 13 ritorna sul tema del dono ai poveri, pochi capitoli prima aveva chiesto che anch’esso fosse fatto con discernimento secondo un detto antico che afferma: “La tua elemosina sudi nelle tue mani, finché tu non sappia a chi dai” (c. 1,6).
Dopo un breve capitolo che tratta nuovamente dell’eucaristia, si tratta dei vescovi e dei diaconi eletti dalla comunità (c. 15). Per le chiese della riforma questo testo sembrava portare un contributo decisivo alla ricostruzione della chiesa primitiva prospettando l’esistenza di una gerarchia in cui i ministri non venivano costituiti da Pietro, ma ricevevano la loro investitura direttamente dalla comunità. Ai missionari – profeti itineranti si va sostituendo una gerarchia locale. Non si tratta più di figure carismatiche che visitano saltuariamente la comunità e che potevano affascinare con i loro doni; ora le guide provengono dalla comunità stessa, le si conosce non solo per i loro doni ma anche per i loro limiti e allora la Didachè ammonisce: “Non disprezzateli” (c. 15,2).
Un invito a vegliare nell’attesa del ritorno del Signore conclude il libretto (c. 16). L’orientamento della via della vita è dato dall’attesa del Signore. È la meta che determina il cammino!

Per il testo della Didachè rinviamo a: Padri apostolici, Agli inizi della chiesa. Didachè, A Diogneto, a cura di S. Chialà, L. Cremaschi, Qiqajon, Bose 1999 (Testi dei padri della chiesa 40).

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