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lunedì 15 giugno 2015

Lisa Cremaschi Padri Chiesa - Ignazio di Antiochia


“È meglio tacere ed essere che parlare senza essere”
La comunità cristiana secondo Ignazio di Antiochia

Ignazio, secondo successore di Pietro quale vescovo di Antiochia in Siria, durante una persecuzione contro i cristiani fu arrestato e condotto a Roma dove subì il martirio durante l’impero di Traiano (tra il 98 e il 117 d. C.). Nel corso del suo viaggio verso Roma, incontrò delegazioni delle comunità dell’Asia minore e ad esse indirizzò cinque lettere confermandole nella fede ed esortandole a custodire fedelmente la tradizione ricevuta. Scrisse anche alla chiesa di Roma, invitandola a non intervenire in suo favore presso le autorità imperiali, e a Policarpo, vescovo di Smirne, che accoglierà la sua eredità spirituale e che, alcuni decenni più tardi, lo seguirà nella testimonianza del martirio. Giovanni Crisostomo, in una omelia tenuta ad Antiochia per celebrare la memoria del santo martire, afferma che “ebbe relazioni con gli apostoli” (Om. su Ignazio, PG 50,588).

Nelle sue lettere Ignazio si preoccupò di confermare le comunità cristiane dell’Asia minore provate da dissidi interni e da dottrine che minacciavano l’integrità della fede. In particolare polemizzò contro cristiani di tendenza doceta (dal verbo greco dokeîn, che significa “apparire”, “sembrare”), i quali negavano la realtà dell’incarnazione e della passione Gesù Cristo e affermavano che Gesù patì solo in apparenza. Contro tendenze docete aveva già polemizzato l’apostolo Giovanni nelle sue lettere. Non si tratta di una questione meramente teologica. Vanificare il mistero dell’incarnazione, affermando che Gesù Cristo non è diventato veramente uomo, porta come conseguenza la vanificazione anche del corpo di Cristo, la sua chiesa; ciò si traduce per i cristiani delle chiese di Tralli e di Smirne nello stare lontani dall’eucaristia comunitaria e nel venir meno alla carità. Se Cristo non si è fatto veramente uomo, come posso riconoscere la sua presenza negli uomini? A questi doceti, osserva Ignazio, “non importa dell’amore, né della vedova, né dell’orfano, né dell’afflitto, né di colui che è in catene o che è stato liberato, né di colui che ha fame e che ha sete! Si tengono lontani dall’eucaristia e dalla preghiera, perché non confessano che l’eucaristia è carne del Salvatore nostro Gesù Cristo” e conclude “sarebbe utile per loro amare, al fine di risorgere” (Agli smirnesi 6,2-7,1). Il vero qui impiegato, agapân, può essere tradotto sia con “amare” che con “celebrare l’eucaristia”; la confusione è probabilmente intenzionale: che cosa significa partecipare all’eucaristia se non imparare ad amare?
Ignazio ha parole severe anche nei confronti di quei cristiani che “giudaizzano”, che si richiamano cioè alle prescrizioni dell’Antico Testamento sminuendo la novità apportata da Gesù Cristo.
Lo smarrimento in cui versa la comunità cristiana provata, oltre che dalle persecuzioni, da questi dissidi interni, spinge Ignazio, che si definisce “uomo stabilito per l’unità” (Ai filadelfesi 8) a esortare vivamente i fedeli restare uniti al loro vescovo, ai presbiteri, ai diaconi. Le lettere di Ignazio costituiscono la prima testimonianza dell’esistenza di un episcopato monarchico (un solo vescovo); come c’è un solo Dio, si dice, così un solo vescovo immagine del Padre, al quale i fedeli devono obbedire come Cristo ha obbedito al Padre. Tale unità dei credenti si rende visibile nell’amore fraterno, nella celebrazione di un’unica eucaristia, nell’agire in piena concordia con i vescovi, i presbiteri, i diaconi. “Preoccupati dell’unità cui nulla è preferibile. Porta tutti, come il Signore porta te; sopporta tutti nell’amore, come già fai”, scrive Ignazio a Policarpo, vescovo di Smirne” (A Policarpo 1,2). Il vescovo deve vegliare sul gregge che gli è affidato, servire i fratelli, servire la comunione e viverla lui per primo. “Faticate insieme, gli uni con gli altri, lottate insieme, correte insieme, patite insieme, addormentatevi insieme, alzatevi insieme, come amministratori di Dio, aiutanti e servi” (A Policarpo 6,1).
L’indirizzo della lettera ai Romani contiene parole di elogio per la chiesa di Roma “che presiede nella regione dei romani, degna d’onore, degna di essere detta beata, degna di lode, degna di successo, degna di purezza e che presiede alla carità” (Ai romani, prol.). Il senso da attribuire al termine “carità” in questo passo è da tempo oggetto di dibattito; si è proposto talora di intenderlo come sinonimo di “chiesa”, come avviene in altri passi delle lettere, talora di vedervi sintetizzata la totalità della vita soprannaturale che Cristo ha immesso nel credente. Qualunque sia il significato attribuito al termine, appare manifesto da tutto lo scritto che l’autore riconosce la chiesa romana meritevole di particolare rispetto e grande venerazione; se vi è un primato della chiesa di Roma esso si realizza nella carità e a servizio della carità. Nell’’interpretazione di queste espressioni non fu estranea la polemica tra cattolicesimo e chiese della riforma.
Il tema dell’imitazione di Cristo che percorre tutte le lettere trova la sua massima espressione in quella ai romani; in essa il santo vescovo supplica i cristiani di Roma di non fare nulla per sottrarlo al martirio, attraverso il quale potrà realizzare il suo vivo desiderio di diventare “vero discepolo di Cristo” imitandone la passione. Per parlare del proprio martirio Ignazio ricorre a termini normalmente impiegati per l’eucaristia; afferma che verrà immolato sull’altare, si definisce “vittima espiatoria”, “frumento di Dio” che sarà macinato con i denti delle belve per diventare “pane puro di Cristo”. In pagine dense di afflato mistico, il santo ci testimonia il suo amore appassionato per il Signore.

Per il testo delle lettere di Ignazio rinviamo a: Ignazio di Antiochia, Ora comincio ad essere discepolo, a cura di S. Chialà, Qiqajon, Bose 2004 (Testi dei padri della chiesa 68).

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