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sabato 28 gennaio 2017

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Giovanni Crisostomo


“Gloria a Dio in tutto”
Giovanni Crisostomo

“Crisostomo”, vale a dire “bocca d’oro”, fu il soprannome dato a Giovannii a motivo del fascino provocato dalla sua arte oratoria.
Giovanni, nato ad Antiochia tra il 344 e il 354, era stato in giovinezza alla scuola del famoso retore pagano Libanio, che stimava ed elogiava il suo discepolo e sognava di averlo come successore. Dopo aver ricevuto il battesimo, frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro vescovo di Tarso; qui imparò a leggere le Scritture e compì i primi passi di quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia. Rientrato in città nel 381, fu ordinato diacono dal vescovo Melezio; cinque anni più tardi, Flaviano, successore di Melezio, lo ordina presbitero. Giovanni si dedica al ministero della predicazione con passione e grande abilità oratoria. Il nuovo presbitero nutre una grande stima per l’anziano Flaviano; lo chiama “padre amatissimo”, paragona la propria eloquenza al “vino nuovo”, frizzante ed esuberante, quella di Flaviano al “vino vecchio che porta a quanti ne hanno bisogno profitto e forza” (Sulle parole: “Vidi il Signore”). Flaviano ascolta le prediche di Giovanni e a volte interviene a completare. Si spiega forse così per qual motivo alcune omelie che la critica odierna attribuisce a Flaviano siano passate alla storia sotto il nome di Giovanni Crisostomo.
Flaviano non fu solo maestro di eloquenza, ma anche di carità e di saldezza nella fede. L’anelito alla pace, alla concordia, la sua grande carità lo spingeva ad aprire la propria casa ai credenti perseguitati per la loro fede, a intraprendere lunghi e faticosi viaggi per allacciare rapporti di comunione o per fare opera di rappacificazione. Quando, nel febbraio del 387, il potere imperiale reprime con la violenza un’insurrezione dei cittadini di Antiochia dovuta a un aumento delle tasse, Flaviano, che all’epoca ha settantasei anni, parte immediatamente per Costantinopoli dove ottiene che l’imperatore sospenda le severe misure adottate contro la città. Una testimonianza della sua grande carità l’abbiamo nell’omelia Nessun anatema, né per i vivi né per i morti; il vescovo antiocheno reagisce contro l’abitudine diffusa di pronunciare sentenze e di condannare come eretico e di maledire chiunque se ne discosti:
Giovanni mostrerà altrettanta franchezza nei confronti del potere, quando nel 397, dopo dodici anni di intensa attività pastorale ad Antiochia, viene chiamato alla sede patriarcale di Costantinopoli. Nella capitale dell’impero il nuovo patriarca si dedica con grande zelo alla riforma della chiesa; come primo atto devolve i beni accumulati nella casa episcopale a istituzioni di carità, quindi riforma la vita monastica, predica contro l’accumulo delle ricchezze e la corruzione dei potenti, conquistando il favore dei poveri e alienandosi i ricchi. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l’amore per il peccatore e per il nemico. Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri, fu osteggiato dai potenti che vedevano in lui una temibile minaccia ai loro privilegi. L’inimicizia nei suoi confronti crebbe con l’ascesa al potere dell’imperatrice Eudossia. Quando Crisostomo accolse i monaci egiziani perseguitati dal patriarca di Alessandria Teofilo, essa colse l’occasione per liberarsi di Giovanni. Avvalendosi dell’appoggio del patriarca alessandrino, nel settembre del 403 fece processare, deporre ed esiliare Giovanni; il decreto fu revocato dopo pochi giorni e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all’’esilio. Per evitare mali ulteriori lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne che vivevano in una comunità di preghiera e di servizio della chiesa di Costantinopoli. Giovanni, che era il loro padre spirituale, si congeda e parte per l’esilio. I sostenitori di Giovanni a Costantinopoli furono perseguitati, diffamati, esiliati. Nonostante l’intervento di papa Innocenzo e dei vescovi occidentali, la persecuzione contro i cristiani rimasti fedeli a Giovanni continuò. Questi avrebbe dovuto essere trasferito da Cucuso, una piccola città dell’Armenia, dove era stato destinato in un primo momento, a Pizio sul Ponto, ma costretto a procedere a marce forzate, morì lungo il cammino, a Comana. Era il 14 settembre del 404. Crisostomo non è soltanto l’oratore che affascina le folle, lo zelante riformatore dei costumi, l’uomo di fede saldo e irremovibile dinanzi ai potenti, è anche un uomo di grande dolcezza e delicatezza nei rapporti umani, è il padre spirituale pieno di affetto per i suoi figli e le sue figlie. Ne possediamo una preziosa testimonianza nelle lettere che scrisse dall’esilio, di cui diciassette sono indirizzate a Olimpia. Giovanni continua il suo ministero di padre attraverso la corrispondenza, consola, esorta, rimprovera, si preoccupa della salute fisica e psichica di Olimpia, canta la sua fede. “Gloria a Dio in ogni cosa: non smetterò di ripetertelo sempre dinanzi a tutto ciò che mi accade” (Lettera a Olimpia 4); “Mi hai fatto volare ed esultare di gioia,perché hai concluso il racconto delle tue sofferenze con l’espressione che si deve pronunciare di fronte a qualsiasi evento: Gloria a Dio in tutto!” (Lettera a Peanio).
Giovanni non ha composto nessun commento vero e proprio ai libri della Bibbia, né ha esposto in maniera sistematica i suoi principi esegetici. È un pastore e la maggior parte dei suoi scritti è costituita da omelie sull’Antico e sul Nuovo Testamento. Attento alla lettera del testo, canta la condiscendenza di Dio che “si è manifestato e si mostra non quale è, ma quale può essere visto da chi lo vede, adeguando la sua grandezza alla debolezza di chi lo contempla” (Sull’incomprensibilità di Dio 3). Dio si consegna alla povertà del linguaggio umano, alle contingenze della storia; la Scrittura è la “porta” attraverso la quale possiamo giungere a Dio. Più volte Giovanni riprende i suoi fedeli per la loro scarsa conoscenza delle Scritture. Dice: “Ecco la grande piaga dei nostri tempi: credere che la lettura del vangelo sia riservata solo ai religiosi o a i monaci (Su Matteo, om. 2,5) Invita i suoi ascoltatori: “Tornati nelle vostre case, prepariamo due tavole: un aper il cibo del corpo, l’altra per il cibo della santa Scrittura ... Ognuno di voi faccia della sua casa una chiesa” (In Genesi, om. 6,5). Invita con forza a non “essere cristiani a metà” (Contro gli ebrei 1,4) “. É un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un’identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3,14).
Pagine molto belle sono dedicate al tema della ricchezza e della povertà, della carità. “Il ‘tuo’ e il ‘mio’ sono fredde parole; qui scoppia il contrasto, qui sorgono le inimicizie” (Om. sulla Prima lettera a Timoteo 12,4). “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non tollerare che egli sia ignudo! Dopo averlo ornato qui , in chiesa, con stoffe d’oro, non permettere che fuori muoia di freddo perché non ha di che vestirsi. Colui che ha detto: Questo è il mio corpo (Mt 26,26), confermando con le parole i suoi atti, ha detto anche: Mi avete visto patire la fame e non mi avete dato da mangiare (Mt 25,42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a un o di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me (Mt 25,45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di un cuore puro; quello che sta fuori, invece, ha bisogno di molta cura” (Om. su Matteo 50,3).

Per saperne di più: Giovanni Crisostomo, Lettere a Olimpia, a cura di L. Cremaschi, Qiqajon, Bose 2001 (Testi dei padri della chiesa 53); Id., Dio è mistero, a cura di L. Cremaschi, Qiqajon, Bose 2004 (Testi dei padri della chiesa 71). Molti testi di Crisostomo si possono trovare nelle edizioni di Città Nuova.

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