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martedì 20 settembre 2016

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Gregorio di Nazianzo


“Se non fossi tuo, o Cristo, quale ingiustizia!”
La vita cristiana secondo Gregorio di Nazianzo

“Lasciatemi riposare dalle mie lunghe fatiche, abbiate rispetto dei miei capelli bianchi. ... Sono stanco di sentirmi rimproverare la mia condiscendenza, sono stanco di lottare contro i pettegolezzi e contro l’invidia, contro i nemici e contro i nostri.
Gli uni mi colpiscono al petto, e fanno un danno minore perché è facile guardarsi da un nemico che sta di fronte. Gli altri mi spiano alle spalle e arrecano una sofferenza maggiore perché il colpo inatteso procura una ferita più grave. ... Come potrò sopportare questa guerra santa? Bisogna parlare di guerra santa così come si parla di guerra barbara. Come potrei riunire e riconciliare questa gente? Levano gli uni contro gli altri le loro sedi e la loro autorità pastorale e il popolo è diviso in due partiti opposti ... Ma non è tutto: anche i continenti li hanno raggiunti nel loro dissenso, e così oriente e occidente si sono separati in campi avversi” (Discorso 42,20-21).
È il mese di giugno del 381; con queste parole Gregorio, che ha presieduto fino a questo momento il concilio riunito a Costantinopoli, rassegna le dimissioni. La sua avversione per i conflitti, le tensioni dentro e fuori della chiesa, la sua profonda ripugnanza per ogni forma di sfarzo e di ostentazione sono giunte al culmine nei mesi di presidenza del concilio. “Non sapevo che noi vescovi dobbiamo essere in concorrenza con i consoli, i prefetti e i generali più famosi, noi che neppure sappiamo dove mettere tutto quello che possediamo. ... Non sapevo che dobbiamo farci trasportare da cavalli di lusso, troneggiare dall’alto delle carrozze” (Ibid. 42,24). Ma a queste considerazioni sul triste stato della chiesa sul finire del secolo IV, si aggiungono motivazioni di carattere personale, quasi una confessione: “Nella maggior parte dei casi non mi trovo d’accordo con la maggioranza e non sopporto di seguire la via che essa sceglie. Forse è perché sono selvaggio e ignorante, ma sono fatto così. Soffro di ciò che agli altri fa piacere, mi fa piacere quello che fa soffrire gli altri. Non sarei sorpreso se venissi incatenato come un folle e se si pensasse che ho perduto il senno” (Ibid. 42,22).
A Costantinopoli Gregorio ha tenuto i cinque discorsi che gli hanno meritato l’appellativo di “Teologo”. Se egli stesso riconosce Basilio quale suo maestro e ne diventa l’erede in campo spirituale e teologico, va riconosciuto però che la sua teologia è più organica e precisa. Gregorio chiarisce il compito del teologo ricordando che la teologia non è “tecnologia”, approfondisce la teologia trinitaria, esprime in modo chiaro e formale la divinità dello Spirito santo.
Terminato il suo discorso di saluto, Gregorio lascia Costantinopoli senza attendere la fine del concilio. Finalmente può coronare il sogno di tutta una vita, il sogno di rimanere nella quiete, in solitudine, sogno contrastato dalle vicende politiche ed ecclesiastiche che, suo malgrado, l’hanno coinvolto per tutta la vita. Gli resta un unico tormento: la lontananza dalle persone che ama. Scrive ad un amico: “Se un amico comune ti chiede che cosa fa Gregorio, dove si trova, che ne è di lui, digli senza esitare che vive nella quiete monastica e che di quelli che cercano di fargli del male se ne preoccupa tanto quanto di quelli di cui non conosce nemmeno l’esistenza. Ma se poi ti chiede come sopporta la lontananza dagli amici, non parlargli più della quiete monastica, ma digli pure che a questo proposito è quanto mai vigliacco. Altri avranno altri punti deboli, il mio è l’amicizia e gli amici” (Lettera 94). L’amico per eccellenza fu Basilio conosciuto durante gli studi ad Atene negli anni 357-358. “Sembrava che fossimo un’anima sola in due corpi” (Discorso 43,20), afferma Gregorio rievocando quegli anni. Quando Basilio inizia la vita monastica ad Annisoi, nel Ponto, Gregorio lo raggiunge e per qualche tempo vive con lui, poi è vinto dal rimpianto della sua terra, degli anziani genitori e fa ritorno a Nazianzo, sua terra natale. Resta tuttavia vicino a Basilio con la sua amicizia, i suoi consigli, la sua instancabile opera di rappacificazione. Il rapporto con l’amico conosce momenti di crisi. La personalità forte e autoritaria di Basilio si scontra con quella di Gregorio, dotata di un animo poetico, emotivo, incline alla solitudine e alla contemplazione. Il dissidio perviene alla massima intensità al momento dell’elezione di Gregorio a vescovo. Questi aveva già subito come un atto di tirannia l’ordinazione presbiterale (362) ed era fuggito nel Ponto prima di sottomettersi e fare obbedienza alla volontà di suo padre, vescovo di Nazianzo. Ora, a distanza di una decina d’anni è l’amico stesso, Basilio, che pure conosceva così bene i suoi sentimenti, a decidere di ordinarlo vescovo. In realtà Gregorio non metterà mai piede a Sasima, la sua diocesi, un paesino al confine tra le due province della Cappadocia; per prendere possesso della sua sede, contesa dagli ariani, avrebbe dovuto entrarci con le armi e Gregorio si rifiuta. È comunque ferito dall’atteggiamento di Basilio e reagisce con parole dure. “Non so se accusare i miei peccati che in gran numero e spesso mi hanno angustiato oppure te, ottimo amico, per la superbia che la cattedra ha suscitato in te” (Sulla sua vita v. 400) “Accuso il trono episcopale che ti ha improvvisamente posto al di sopra di tutti” (Lettera 48). “Eri più umano quando stavi tra le pecore ... rispetto a quando sei divenuto pastore”, dice (Discorso 9,4); poi però si sottomette: “Eccomi in tuo potere, come volevi. Hai vinto colui che non voleva lasciarsi vincere” (Ibid.). E seppure con fatica, rilegge gli eventi con altri occhi: “Non hai sopportato che lo Spirito venisse dopo l’amicizia ... Tu non hai sopportato che il talento rimanesse nascosto e sepolto sotto terra, che la lampada restasse ancora a lungo nascosta sotto il lucerniere ... Vuoi farmi condividere le tue preoccupazioni e le tue corone” (Discorso 10,3). Basilio è davvero l’amico e più che amico, è il padre spirituale che lo ha condotto di volta in volta a discernere la volontà di Dio e a rinunciare a se stesso, ai propri desideri, anche alla propria strada di santità per dilatare il cuore all’obbedienza della volontà di Dio.
Dopo la morte dell’amico, ne diventa l’erede spirituale. È chiamato a guidare la comunità cristiana di Costantinopoli e successivamente a presiedere il secondo concilio ecumenico (381; dopo aver dato le dimissioni, accetta la guida della comunità cristiana di Nazianzo; vi rimane due anni, quindi si ritira nella tenuta di campagna ad Arianzo. In questi anni compone il poema Sulla sua vita, una rilettura in versi del suo cammino, e numerose poesie. Nulla sappiamo degli ultimi anni di solitudine e di preparazione all’incontro con il Signore, che avvenne, intorno al 390; forse sono sintetizzati in questi suoi versi: “Fu soltanto tirannia? Sono venuto al mondo. Perché sono sconvolto dai flutti tempestosi della vita? Dirò una parola audace; sì, audace, ma la dirò. Se non fossi tuo, o mio Cristo, quale ingiustizia! Nascita, morte, compimento. Buona salute e malattia, gioie e fatiche. Ogni cosa sulla terra partecipa al tramonto del sole: morte e consunzione della carne. Questa è la sorte di ogni creatura, pur se ingloriosa tuttavia innocente. Che altro mi resta? Nulla, o Dio! Se non fossi tuo, o Cristo, quale ingiustizia!” (Poemi II,1,74).

I Discorsi di Gregorio di Nazianzo sono pubblicati in Gregorio di Nazianzo, Tutte le orazioni, a cura di C. Moreschini, Milano 2000; per le lettere a Basilio si veda il fascicolo: Gregorio di Nazianzo, A un amico, Qiqajon, Bose 2003 (Testi dei padri della chiesa 62).

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