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venerdì 22 dicembre 2017

Lucia Vantini "Lì da sempre…"


Capita spesso di accorgersi della presenza di qualcuno o di qualcosa all’improvviso, facendo l’esperienza di uno sguardo disattento che piano piano mette a fuoco la realtà. Con le donne nella Scrittura accade qualcosa di simile: sono sempre state lì, ma finché non si impara a riconoscerle e a valorizzarle esse scompaiono tra le righe, si fanno invisibili, frettolosamente nominate e subito dissolte.

Non è un semplice problema di campo visivo: è mancanza di educazione. Tutto, fin dall’infanzia, scoraggia il riconoscimento dell’azione femminile simbolica e pratica.
Ciò capita già nelle grammatiche tradizionalmente usate nelle scuole elementari, dove i verbi declinati alla terza persona sanno di cancellazione: egli è. “Ella” forse no.
Qualcosa sta effettivamente cambiando, ma questa educazione di genere ha ultimamente spaventato molte persone fino a renderle sorde all’urgenza formativa in gioco, tesa a una differenza sessuale originaria ma libera da stereotipi e ruoli prefissati.
La teologia delle donne lavora già da molto tempo nel tentativo di dissotterrare la genealogia femminile della Rivelazione cristiana [si veda su questo Mamma, perché Dio è maschio? di Rita Torti], rivelazione che certamente culmina nella vicenda del Figlio fatto uomo, ma che proprio in quella parzialità maschile apre lo spazio salvifico per tutte e per tutti, qualunque sia la loro storia.
Si tratta allora di aprire gli occhi. In poche righe non si può certamente ricostruire il paesaggio che emerge, ma si può almeno tentare una mappa di orientamento, nella quale anzitutto il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è anche il Dio di Sara, di Rebecca, di Rachele e di Lia. Queste matriarche sono essenziali per la promessa di Dio che si realizza nella storia, una storia che non si apre con le idee ma con nascite impreviste, con soggetti in carne e ossa che vengono al mondo dentro relazioni che non sono solo biologiche, ma anche simboliche, tessute di parole, di interpretazioni, di decisioni. Queste sono donne per le quali passa la storia della salvezza, donne che non entrano nell’economia divina solo come grembi che donano eredi, ma da soggetti veri e singolari. In questa prospettiva ci si accorge che il bambino Mosè
sarebbe morto senza le due levatrici Sifra e Pua, che non avrebbe avuto contatto con la sua stessa madre senza l’astuzia della sorella Myriam, a cui la Scrittura attribuisce il titolo di profetessa (e non è la sola, si pensi a Debora e ad Anna). Il paesaggio si fa così sempre più popolato di figure femminili come Rut, Noemi, Giuditta, Ester, Anna madre di Samuele, che con il suo inno di lode ci connette al Magnificat di
Maria, una donna che ha messo al mondo Dio fidandosi dell’altro, ma anche di se stessa. Maria infatti non è solo la donna del silenzio che custodisce un messaggio incomprensibile, la fanciulla dell’ubbidienza inerme di fronte a un progetto che le sfugge o l’immagine della sottomissione femminile a una forza che deve essere temuta [ci aiutano a capirlo due testi su Maria, rispettivamente di Simona Segoloni e di Adriana Valerio]. Per troppo tempo la madre di Gesù ci è stata presentata come il modello antitetico a quello di Eva, donna peccatrice e madre del sospetto, vinta dalla diffidenza materializzata in un serpente che insinua questo: forse le parole di Dio non significano protezione per la vita umana, ma nascono da una subdola intenzione di preservare un potere sacro da non condividere.
Liberati da queste distorsioni, Gesù appare finalmente come l’uomo divino che ha plasmato la sua filialità attraverso incontri concreti che gli hanno lasciato un segno: egli non avrebbe dilatato la sua missione ai pagani senza l’insistenza della donna siro-fenicia, non si sarebbe sentito compreso almeno per un istante nel suo cammino verso Gerusalemme senza l’unzione di quella donna che ne ha intuito il destino tragico e sarebbe morto completamente solo senza le donne sotto la croce, spesso rappresentate come presenze casuali e pie, più che come discepole. Soprattutto, nessuno saprebbe nulla della sua risurrezione se alcune di loro non si fossero preoccupate di andare al sepolcro e non si fossero fidate di quella loro strana esperienza in cui un morto si faceva incontrare come vivente. Eppure le comunità spesso le dimenticano, così come fa Paolo. Emblematica a questo proposito è la vicenda di Maria Maddalena [su questo si consiglia Maria di Magdala. Una genealogia apostolica, scritto a quattro mani da Marinella Perroni e da Cristina Simonelli]. Questa donna, che nel nostro immaginario coincide con un’avvenente e seduttiva prostituta pentita – non innocenti a questo proposito sono l’evangelista Luca e certe rappresentazioni artistiche –, è stata derubata della propria forza apostolica: non ci appare più come colei che deve aver seguito Gesù dalla Galilea
fino al Golgota e che è stata prima testimone della risurrezione. Nonostante papa Francesco ne abbia rimarcato l’importanza elevando allo stesso grado delle feste degli apostoli la celebrazione liturgica del 22 luglio a lei dedicata, Maria di Magdala fatica a imprimersi nella nostra memoria ecclesiale. È la «discepola dimenticata», scrive Perroni, di cui si perdono frettolosamente le tracce quando il registro si fa ecclesiologico, quando si deve esprimere il volto cristologico delle comunità, quando si pensano le pratiche kerigmatiche con cui traduciamo la salvezza.
La letteratura apocrifa mostra che nell’immaginario del tempo questa donna era invece percepita come autorevole e fondamentale. Se trattiamo questi testi non come scarti della verità ma come un’altra finestra su ciò che è accaduto, scopriremo quello che Simonelli chiama un triste processo di «apocrifizzazione» della Maddalena, che ci rivela come a essere apocrifa spesso sia la storia che diamo per scontata, quella che ha dimenticato i tanti nomi di donne che Dio stesso ha coinvolto nel suo progetto di salvezza e che hanno avuto un ruolo nelle comunità [su questo tema si veda Diacone, testo curato da Serena Noceti].
Non si tratta solo di rendere giustizia a ciò che è stato: dalla nostra memoria dipende il nostro futuro, anche ecclesiale.

Coordinamento teologhe italiane
pubblicato sulla lettera END 196 dicembre 2017 - febbraio 2018